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Monastero di Bose – Commento al Vangelo del giorno – 4 novembre 2026

Un invito al discernimento

Il vangelo di oggi ci presenta Gesù risoluto nel mettere in guardia quelli che desiderano vivere con lui. A Gesù non interessa la quantità dei suoi discepoli, ma la loro qualità. Per questo non si lascia abbagliare dalla folla numerosa, ma per ben tre volte quasi scoraggia chi va a lui, dicendo con chiarezza che esistono situazioni che impediscono radicalmente a qualcuno di essere suo discepolo. 

Chi non ama Gesù più di tutti i suoi amori (v.26), chi non porta la propria croce e non lo segue (v.27), chi non rinuncia a tutti i suoi beni non può essere suo discepolo (v. 33). Gesù non obbliga nessuno a seguirlo, e soprattutto non giudica chi non vuole o non può essere suo discepolo. Egli fa una proposta, ed esorta solo a calcolare bene le proprie forze prima di rispondere alla sua chiamata. Perché la vita è lunga, e la perseveranza quotidiana, cioè il «prendere la propria croce ogni giorno» (cf. Lc 9,23) – come solo Luca precisa altrove – è un lavoro faticoso. Un lavoro che fa parte di quella dimensione ineludibile di ogni vita umana e quindi di ogni relazione d’amore che è la fatica prolungata nel tempo.

È significativo allora che le due similitudini (della torre e della guerra) richiamino entrambe a un lavoro e a una lotta. La costruzione di una torre di difesa, e la conduzione di un esercito in guerra sono entrambe attività che richiedono un attento esame delle risorse a disposizione. Per la sua sequela Gesù chiede una radicalità iniziale, certo, ma lasciare la vita di prima serve esclusivamente a entrare nella logica per la quale ogni giorno c’è qualcosa da lasciare, qualcosa su cui affermare la libertà del vangelo. Perché anche il più piccolo e insignificante oggetto può sempre diventare un idolo e così inficiare le nostre relazioni. Quello chiesto da Gesù è dunque un discernimento che va fatto giorno dopo giorno, per prevenire il rischio che qualcosa o qualcuno che possa prendere un posto assoluto all’interno della vita e diventare un idolo che occupi il posto riservato al Signore. 

Ma l’idolo che facciamo più fatica a lasciare tante volte è il nostro Io ipertrofico. Il dramma, se vogliamo, è questo: vale a poco lasciare casa famiglia e campi per poi attaccarsi ad altre cose, al proprio Io che frena ogni possibilità di comunione con gli altri. È uno dei rischi: quello di ritrovarci attaccati a cose cui attribuiamo virtù o doni ma che sono fittizie. Questo perché noi confondiamo spesso i nostri desideri con la realtà, e siamo portati a mettere fiducia solo in ciò che possediamo; ma questo secondo la Bibbia è idolatria. 

La qualità degli averi invece si misura quando siamo in grado di condividerli giorno dopo giorno con gli altri. Allora sono veri beni, altrimenti sono solo proiezioni che rispondono a desideri personalissimi e che tolgono inesorabilmente spazio alla presenza del Signore.

fratel Raffaele

Per gentile concessione del Monastero di Bose.

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