Effetto Tabor
C’è una famiglia che viene sempre a messa la domenica che ha il figlio più piccolo che quasi sempre quando inizio a predicare si addormenta. Ho anche proposto alla madre che se ha bisogno di qualcosa per facilitare il sonno del piccolo anche a casa posso mandarle una registrazione della mia voce.
Mi fa sorridere che la mia predicazione così come tutta la celebrazione della messa provochino questo effetto soporifero nel bambino, mentre mi auguro che non lo provochino nei più grandi e negli adulti.
Anche nel Vangelo di questa seconda domenica di Quaresima, gli apostoli cadono con la faccia a terra, come storditi da un evento che li schiaccia. Sono su questo alto monte e fanno un’esperienza davvero inattesa di Gesù. Lo vedono sotto una luce nuova, trasfigurato. Vedono per un tempo che l’evangelista non quantifica, ma che potrebbe avere anche la durata di un attimo, come quella di una improvvisa intuizione, chi è davvero il loro maestro che stanno seguendo, cioè il Messia atteso, risposta e compimento di tutta la tradizione religiosa passata, da Mosè ai profeti.
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Pietro Giacomo e Giovanni sentono (più con il cuore che con le orecchie) addirittura la voce di Dio Padre che conferma Gesù chiamandolo “Figlio mio amato!” e un invito “Ascoltatelo”.
È stato un sogno? Una allucinazione? E’ certo che questo tempo sul monte riempie la mente e il cuore dei discepoli per rilanciarli nel loro cammino. Presto si troveranno sotto un altro monte, non altissimo, ma difficile lo stesso da scalare, che è quello della croce. Lì Gesù sarà tutt’altro che luminoso e grande, e da quel monte, differenza di questo, vorranno fuggire. Ma è proprio per questo che sono qui sul Tabor (così la tradizione chiama questo monte della trasfigurazione anche se l’evangelista non lo nomina), per fare esperienza di luce in mezzo alle tante ombre e nebbie della vita umana e di fede.
Questa loro esperienza raccontata nel Vangelo, è un invito a ripensare la nostra esperienza di fede, che sempre attraversa momenti di buio, dubbio, paura e fatiche. Siamo in una storia umana segnata da tanti avvenimenti personali e mondiali che sembrano oscurare la via di Dio. Come i discepoli, anche noi siamo tentati di non fidarci delle parole della fede e di non affidarci a Dio, ma solo a noi stessi.
Ecco allora che abbiamo bisogno di momenti come questo che ci rilancino nel cammino, che ci donino momenti di luce profonda, e che ci aiutano a rialzarci andando avanti.
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In tanti modi Dio può riaccendere la nostra fede. Ci può illuminare in qualche momento di preghiera personale o comunitaria quando, non sappiamo come, sentiamo che quella parola, quel gesto ci dicono qualcosa di più del solito e ci ritroviamo “riscaldati” nel cuore. Dio ci può parlare e illuminare con l’incontro di qualche testimone di fede che ci stimola a riprendere in mano il nostro cammino spirituale. Dio a volte ci può addirittura illuminare della sua luce in momenti di difficoltà e sofferenza, quando facciamo l’esperienza del nostro limite, eppure dentro troviamo noi stessi in modo nuovo.
Non possiamo prevedere e programmare il nostro Tabor. Come i discepoli dobbiamo solo accettare il cammino con la speranza che Dio saprà come sorprenderci e risvegliare la nostra fede. E magari “userà” anche noi come momento “Tabor” per qualcun altro.
Fonte: il blog di don Giovanni Berti (“in arte don Gioba”)