Commento al Vangelo di domenica 16 Ottobre 2022 – Comunità Kairos

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Il brano di questa settimana si può dividere in due parti: una prima che contiene la parabola della vedova insistente (vv. 2-5) e la seconda in cui il Signore esplicita il messaggio che intende comunicare (vv. 6-8), sottolineando le analogie e le differenze tra l’azione del giudice e quelle di Dio, e spostando l’attenzione sulla prospettiva escatologica che costituisce il nodo cruciale: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”. Il contesto che precede il brano è incentrato sulla venuta del Regno di Dio che, come dice Gesù in risposta alla domanda dei Farisei (17, 21), è già in mezzo a noi.

Tutto il brano, che non trova riscontro negli altri vangeli sinottici, deve essere dunque compreso in stretta relazione con il contesto che lo precede (17, 22-37) e che viene espressamente richiamato dal vs. 8: il ritorno del Figlio dell’uomo sulla terra. La chiave di lettura della parabola è offerta già ad apertura del brano in cui viene dichiarato l’intento per cui è pronunciata: la necessità di pregare sempre, senza stancarsi.

Proprio questa affermazione iniziale orienta la ricerca del senso: la preghiera come condizione che deve accompagnare con assiduità e perseveranza la vita dell’uomo; la preghiera come attività, come fatica, che come tale può produrre stanchezza. Una stanchezza che può essere ancora più insostenibile nel tempo dell’attesa: “fino a quando, Signore?” e in cui può prevalere la tentazione della demotivazione e dello sconforto. Di contro, la preghiera vigilante come atteggiamento del credente per vivere in pienezza questo tempo, alla ricerca del vero volto di Dio.

La preghiera nasce dalla coscienza della propria debolezza: la vedova, una delle categorie insieme agli orfani che si contraddistinguevano per la mancanza di mezzi di sostentamento e per l’essere esposte ai soprusi e alle ingiustizie (Dt 24, 17, Is 1, 17, 23), non ha nulla da perdere, non può fare affidamento sui suoi mezzi ma deve affidarsi al giudice e chiedergli giustizia. Proprio la coscienza della sua situazione di privazione la spinge a cercare la relazione.

Questa accettazione e confessione della propria debolezza è la disposizione fondamentale in cui può avere origine la preghiera cristiana (cfr. Bianchi, Le parole della spiritualità, pp. 106-107). La situazione è paradossale: chi dovrebbe farle giustizia contro il suo avversario, inspiegabilmente è ingiusto. Il giudice iniquo, infatti, è descritto con un’espressione che ne sottolinea l’assoluta indifferenza verso qualsiasi tipo di relazione: assenza di timore di Dio, assenza di attenzione e cura per gli altri.

Tuttavia questa sua iniquità e il suo disinteresse si infrangono contro l’insistenza della vedova che non si stanca di andare e riandare da lui. Non muta la sua richiesta di giustizia ma continua perseverante nel rivolgersi a lui. Sa che non ha altri a cui rivolgersi, non desiste di fronte al rifiuto, non teme che passi “un certo tempo” ma vive il tempo dell’attesa continuando a pregarlo e sperando di avere giustizia.

A maggior ragione Dio, giudice giusto, non resta indifferente al grido dei suoi eletti che si rivolgono a Lui giorno e notte. Proprio in questa situazione esistenziale, in cui si sperimenta la differenza tra il tempo dell’attesa, in cui Dio non sembra fare mai giustizia, e quello della pazienza di Dio, in cui invece Dio interviene “prontamente” pur nel rispetto dei tempi dell’uomo (13, 8-9; 2 Pt 3, 9; Rm 2, 4), si esplica la forza della preghiera, nel mantenimento di una dimensione relazionale anche quando la storia o gli idoli del nostro cuore sembrano testimoniare solo il silenzio di Dio che tarda a fare giustizia.

Ciò che contraddistingue questa parabola non è tanto la centralità della preghiera o le sue modalità – in tal senso, la parabola successiva del pubblicano e del fariseo (18, 9-14) offre una indicazione sul modo di pregare bene – quanto la necessità di vivere sempre il tempo dell’attesa nella relazione con Dio. La costanza della preghiera è dunque la condizione di una relazione con Dio mai interrotta, fondata sulla fiducia della sua venuta, anche nelle condizioni di più assoluta prostrazione e nei momenti più oscuri della storia.


Immagine di Dimitris Vetsikas da Pixabay