Commento a cura di Damiano Antonio Rossi con la collaborazione delle Suore Adoratrici Perpetue del S.S. Sacramento di Vigevano.
La guarigione di un cieco nato (Gv 9,1-41)

Ai discepoli di Giovanni Battista, venuti per accertarsi che Egli fosse veramente Colui che era atteso da Israele da secoli, Gesรน ha risposto citando il profeta Isaia: โI ciechi vedonoโฆโ (Mt 11,5 pp; cf. Is 29,18; 35,5; 42,7). Oltre allโovvio significato di evidenziare lโavvenuta realizzazione dellโera messianica, lโevento prodigioso narrato in questa pericope giovannea assume un grande valore simbolico: il miracolato รจ figura del credente illuminato dalla fede. Nella Chiesa primitiva i neofiti, cioรจ quelli che avevano abbandonato le credenze pagane o che avevano aderito alla fede nel Signore Gesรน, provenendo anche dallโebraismo, venivano chiamati โilluminatiโ (cf. At 26,16-18; 1Ts 5,5; Ef 5,8-14; Eb 6,4; 1Pt 2,9) perchรฉ avevano ricevuto la luce della fede nel Figlio di Dio incarnato, morto e risorto per la salvezza degli uomini.
Lโepisodio narrato da Giovanni presenta analogie, ma anche sostanziali differenze, con il racconto di Mc 8,22-26. Nella pericope marciana, la guarigione del cieco non รจ istantanea, ma si compie con un procedimento in cui Gesรน interviene in due riprese; inoltre, la guarigione รจ preceduta da un rimprovero che Gesรน rivolge ai suoi discepoli perchรฉ stentano a credere in Lui (8,17) e, dopo il miracolo, essa รจ seguita dalla loro confessione di fede nel Maestro, riconosciuto come Messia. Nel racconto giovanneo, la simbolica dellโilluminazione assume tutto il suo rilievo perchรฉ il miracolato รจ cieco dalla nascita, situazione senza paralleli nella tradizione sinottica. Piรน che un atto di potenza (dรฝnamis), teso a realizzare lโannuncio profetico, il dono della vista al cieco nato รจ presentato come un segno (semรฉion) della presenza nel mondo di Colui che afferma di essere la โluce del mondoโ (9,5). La simbolica della luce, perรฒ, funziona anche in senso opposto giacchรฉ i farisei, noti per esseri dotti e saggi, capaci di โvederci chiaroโ nelle Sacre Scritture, posti di fronte al miracolo negano il โsegnoโ e diventano โciechiโ, vale a dire incapaci dโavere fede.
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Venendo nel mondo, la Luce illumina o abbaglia, secondo le disposizioni soggettive di ogni essere umano ed in tal modo lโevangelista spiega il mistero del rifiuto della Veritร da parte di alcuni e la sua accettazione da parte di altri.
Il racconto รจ inquadrato da due parole di Gesรน, riguardanti il significato della sua missione (9,3-5 e 9,39): la prima la definisce come opera di rivelazione, la seconda la collega al โgiudizioโ.
Lโepisodio della guarigione del cieco nato presenta diverse analogie con quello della guarigione del malato di Bethesda (Gv 5). La struttura del racconto รจ in entrambi i casi tripartita: lโepisodio del miracolo รจ seguito da una controversia tra il protagonista ed i giudei e, poi, tra questi ultimi e Gesรน prima che sia sviluppato il discorso di rivelazione. Entrambi i segni, il camminare ed il vedere, hanno il precipuo scopo di evidenziare la trasformazione della condizione umana operata da Gesรน in modo del tutto gratuito e violando apertamente la sacralitร dellโistituto del sabato (cf. 5,9 e 9,14), il che provoca lโaperta ostilitร delle autoritร giudaiche. A loro parere, chi agisce contrariamente alle norme stabilite dalla Legge che YHWH ha dato a Mosรจ, non puรฒ โvenireโ da Dio. Da un punto di vista squisitamente narrativo, รจ Gesรน che prende lโiniziativa della guarigione miracolosa in entrambi i casi dopo aver โvistoโ e constatato la miseria dellโuomo e, dopo la stizzita reazione dei giudei di fronte allโevidenza del miracolo avvenuto, tanto da prendersela in modo piuttosto meschino e puerile con gli stessi miracolati, che nulla possono fare se non prendere atto della guarigione ricevuta in dono da quellโuomo misterioso e buono, Gesรน incontra una seconda volta il miracolato per impegnarlo spiritualmente e psicologicamente, orientandolo verso una decisa scelta di fede. Se le somiglianze tra i due racconti sono evidenti, sono altrettanto notevoli le differenze. Nel capitolo 5 la simbolica della vita, suggerita dalla guarigione di un infermo, viene evidenziata solamente attraverso un discorso; nel capitolo 9 la simbolica della luce รจ giร presente nel dialogo iniziale tra Gesรน ed i suoi discepoli, per poi incarnarsi nel cieco nato che torna a vedere e ricomparendo nellโopposizione โvedere/non vedereโ dei versetti finali (9,39-41). Il discorso successivo puรฒ incentrarsi su una nuova metafora, quella del pastore che raduna le pecore (c. 10).
La differenza piรน evidente tra i due racconti riguarda il comportamento dei due protagonisti. Lโinfermo di Bethesda conserva un basso profilo morale e, interpretando lโinvito rivoltogli da Gesรน a cambiare vita per evitare che gli capiti di peggio come una minaccia nemmeno tanto velata, si propone come un testimone piuttosto tiepido o titubante del gran dono ricevuto e del benefattore che lo ha guarito. Al contrario, lโex-cieco diventa un vero testimone di Gesรน di fronte agli sfrontati ed arroganti farisei, esibendo coraggio, senso dellโumorismo sorretto da una logica stringente e, dopo che Gesรน gli si รจ rivelato come il Figlio dellโUomo, proclama senza riserve la sua fede in Lui. Dal principio alla fine egli conserva un atteggiamento positivo e contribuisce attivamente alla propria guarigione obbedendo, prima di tutto, allโordine di recarsi alla piscina di Sรฌloe con gli occhi coperti di fango, poi sostenendo senza tentennamenti la prova di un interrogatorio gravido di minacce e dโinsulti da parte dei farisei e, quindi, accettando senza riserve il mistero che gli si รจ manifestato. Lโimpegno da parte dellโuomo si intreccia efficacemente con la sovrana efficacia della Luce, la quale dร senso e consistenza alla collaborazione della sua creatura.
La controversia sul sabato collega temporalmente lโepisodio della guarigione del cieco nato allโepoca in cui Gesรน svolse la sua missione, ma il racconto contiene un elemento narrativo anacronistico riconducibile allโepoca in cui lโevangelista compose o dettรฒ il suo Vangelo, ossia verso la fine del primo secolo dellโera cristiana: si tratta della sentenza dโesclusione dalla sinagoga del miracolato (9,22) qualora si ostinasse a dichiarare che Gesรน, Colui che lo ha guarito, รจ il Cristo (tipica formula del linguaggio ecclesiale riportata da Paolo in Rm 10,9). In realtร , la messa al bando dalla societร giudaica fu decretata dai farisei verso lโanno 90 d.C. a Jamnia, in occasione di un raduno delle autoritร religiose di ciรฒ che rimaneva del popolo ebraico dopo il disastro della distruzione di Gerusalemme e del suo Tempio (70 d.C.) e fu decisa per dare un taglio netto con gli โereticiโ cristiani, colpevoli di diffondere la fede nientemeno che nel Figlio dellโAltissimo (una bestemmia davanti alla quale era considerato un gesto pio turarsi le orecchie), miseramente finito su una croce (altro scandalo inaudito) e, con palesi bugie che erano reiterate ormai da piรน di mezzo secolo, dichiarato nientemeno che โrisortoโ. Se prima di allora tra giudei ortodossi e giudei cristiani non era corso buon sangue e si erano alternati periodi di tregua ad altri di aperta ostilitร , dal concilio di Jamnia in poi le due realtร religiose, scaturite da unโunica esperienza di fede nel Dio unico, si separarono definitivamente non senza scagliarsi reciproci anatemi con relativi improperi ed insulti, che sono riecheggiati per secoli e secoli nel corso della storia. Oggi gli studiosi si mostrano piรน riservati sulla reale portata del โconcilio di Jamniaโ e su chi sia realmente preso di mira nella famosa XII Benedizione contro gli eretici (birkรขt-ha-minรฎm), termine che non necessariamente designerebbe solo i cristiani; sul versante cristiano, poi, รจ solo dallโepoca del Concilio Vaticano II che non si prega piรน per i โperfidiโ giudei, accusati del delitto di โdeicidioโ, durante la preghiera universale del Venerdรฌ Santo, ma sโimplora il perdono e la benedizione divina sia sui cristiani sia sui โfratelli ebreiโ.
Leggendo la pericope del cieco nato, il lettore รจ invitato a prendere posizione nei confronti di Cristo identificandosi con i personaggi del racconto: o esprime la propria fede nel โFiglio di Dioโ, come ha fatto il cieco guarito ed aperto alla Parola, o rifiuta di credere come hanno deciso i farisei, bloccati nel loro sapere acquisito.
9,1 Passando vide un uomo cieco dalla nascita 2 e i suoi discepoli lo interrogarono: โRabbรฌ, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perchรฉ egli nascesse cieco?โ. 3 Rispose Gesรน: โNรฉ lui ha peccato nรฉ i suoi genitori, ma รจ cosรฌ perchรฉ si manifestassero in lui le opere di Dio. 4 Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato finchรฉ รจ giorno; poi viene la notte, quando nessuno puรฒ operare. 5 Finchรฉ sono nel mondo, sono la luce del mondoโ.
Lโepisodio si colloca nel contesto della festa delle Tende e lโavvenimento accade in giorno di sabato (9,14). Uscendo dal Tempio, lo sguardo di Gesรน si sofferma su un uomo la cui disgrazia totale รจ la cecitร , che lo affligge dalla nascita. Tale sciagurata situazione, evidentemente giร nota ai discepoli, non รจ un particolare casuale nella descrizione che ne fa lโevangelista: la radicalitร della malattia ne sottolinea il valore simbolico e rende il miracolo ancor piรน eccezionale nella stima dei testimoni e dei lettori. La guarigione, operata da Gesรน, รจ preparata da un dialogo tra i discepoli ed il loro Maestro, il cui scopo รจ quello di precisare il motivo del suo intervento.
Passando, vide un uomo cieco dalla nascita. Tra Dio e lโuomo esiste da sempre un rapporto interpersonale dinamico ed esistenziale; dalla nascita, cioรจ dal momento della sua primitiva esistenza sul pianeta Terra, lโessere umano รจ โciecoโ, ossia limitato, provvisorio, fragile, soggetto al male fisico e spirituale e destinato alla dissoluzione fisica attraverso la morte. La consapevolezza di questa sua provvisorietร temporale e fragilitร psico-fisica, rende lโuomo inquieto, insoddisfatto e sempre teso alla ricerca della piena realizzazione dei suoi sogni e dei suoi desideri, di cui la felicitร perenne e senza incrinature e lโimmortalitร sono i confini estremi ed umanamente irrealizzabili, almeno nellโambito dellโesistenza terrena fisicamente sperimentabile. Il potere, il successo, la salute, la notorietร e lโautostima sono le inevitabili proiezioni psicologiche del positivo bisogno interiore dellโuomo di sfuggire alla distruzione radicale del proprio essere. Dio non รจ indifferente alle aspirazioni piรน intime e profonde della sua creatura ed il suo interesse per lโuomo viene espresso da un verbo dโazione: Egli passa ed incontra gli esseri umani lungo i sentieri, spesso oscuri, tortuosi ed insidiosi della loro storia ma essi โnon lo vedonoโ a causa della loro cecitร , pur potendone avvertire la โPresenzaโ se solo riuscissero a โfare silenzioโ dentro loro stessi (1Re 19,11-13), mettendosi in ascolto della sua Parola, che il piรน delle volte รจ solo sussurrata. ร nei piani e nei desideri di Dio guarire lโuomo dalla sua cecitร e salvarlo da una volontaria e sconsiderata auto-distruzione senza agire in modo arbitrario, bensรฌ sollecitando la sua collaborazione (affermava s. Agostino che โColui che ti ha creato senza di te, non puรฒ salvarti senza di teโ).
I discepoli sollevano il problema della presenza del male e della sofferenza nel mondo e sollecitano un chiarimento al loro rabbรฌ. Secondo unโopinione ereditata dalla loro cultura, il benessere materiale, la salute e la lunga durata della vita, erano considerati la giusta retribuzione divina per coloro che si comportavano in modo onesto e pio; al contrario, Dio colpiva gli ingiusti e gli iniqui con la malattia e con ogni sorta di sciagura. Tale credenza era giustificata dalla convinzione che la vita nellโoltretomba fosse limitata ad unโesistenza indifferenziata, larvale, uguale per buoni e cattivi, vaganti come ombre nelle oscuritร del โmondo sotterraneoโ (detto sheรฒl). Per salvaguardare la giustizia divina, era quindi necessario che la retribuzione delle azioni umane, buone o cattive che fossero, avvenisse su questa terra e che si concretasse con la felicitร per i giusti e con lโinfelicitร e la disgrazia per gli ingiusti. Lโesperienza della vita dโogni giorno, perรฒ, dimostrava che non sempre avveniva proprio cosรฌ, sicchรฉ sembrava ovvio che una sventura individuale o collettiva dipendesse da qualche colpa o peccato anteriore, personale o familiare. Il male doveva scaturire necessariamente dal male, come il bene dal bene (cf. Es 20,5; Nm 14,18; Dt 5,9; Tb 3,3ss). Lโesempio di Giobbe forniva una diversa chiave di lettura per spiegare lโesistenza del male chiaramente non collegabile ad una vita moralmente deviata, attribuendo ad un misterioso personaggio, il satร n (letteralmente, lโavversario o lโaccusatore) lโiniziativa, permessa da Dio, di mettere alla prova la fedeltร dellโuomo alle leggi divine attraverso gli ostacoli della vita (cf Gb 1,11). Gli amici di Giobbe, al fine di giustificare le azioni di YHWH, avevano attribuito le sventure di questo giusto alla punizione di qualche colpa segreta, ma Giobbe continuava a respingere una simile concezione di Dio e, invece di cercare una spiegazione razionale alle sue sventure, aveva preferito immergersi silenziosamente nel mistero di Colui che รจ fedele e sa esserlo sino in fondo (Gb 42), tanto da premiare il suo servo fedele restituendogli, moltiplicato in modo spropositato, ogni bene di cui lo aveva privato. Anche se i profeti si erano opposti ad un mera interpretazione punitiva dellโesistenza della sofferenza (cf. Ger 31,29ss; Ez 18), evidentemente i discepoli si fanno interpreti dellโopinione corrente, secondo cui la responsabilitร del peccato si trasmetteva dai padri ai figli. Secondo tale opinione, era inevitabile che non potesse esistere sofferenza senza colpevolezza (cf. Sal 89,33) ed anche i farisei sosterranno tra breve (9,34) tale punto di vista. Gesรน fornisce un diverso approccio interpretativo del male che affligge ed angustia gli esseri umani, rifiutandosi di giudicare colpevoli sia le vittime della crudeltร di Pilato o del crollo della torre di Sรฌloe (Lc 13,1-5) che il povero ed incolpevole sventurato che gli sta di fronte, il cui unico torto, socialmente rilevante, รจ quello di essere nato cieco.
Nรฉ lui ha peccato nรฉ i suoi genitori. Gesรน sta preparando i suoi discepoli, dal punto di vista psicologico e spirituale, ad accogliere ed accettare la dimensione redentrice del dolore, in vista della quale opera un passaggio fondamentale: il cieco nato si trova in questa situazione di sofferenza affinchรฉ in lui si manifestino le opere di Dio. Gesรน non spiega lโorigine della sofferenza innocente nรฉ afferma che questโuomo รจ cieco per permettere a Dio di manifestare la sua potenza, ma prende atto della sua situazione di dolore, cui sta per porre fine manifestando cosรฌ al mondo il modo di agire generoso e gratuito di Dio.
Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato. I migliori manoscritti antichi (come la versione detta vulgata oppure la vetus latina, la versione siriaca ed altre) riferiscono al solo Gesรน il compito di agire in nome e per conto del Padre, mentre il codice B, il codice S ed altre testimonianze scritte autorevoli associano a quella di Gesรน anche lโazione dei suoi discepoli e, per riflesso, delle comunitร cristiane da loro fondate durante la loro esperienza missionaria. In tal modo, pure la comunitร guidata dallโevangelista ed apostolo Giovanni si sente coinvolta nella trasmissione, nella ripresentazione e riattualizzazione dellโagire salvifico di Cristo, storicamente compiutosi durante la sua vita terrena (โfinchรฉ รจ giornoโ) e conclusosi con la sua morte (โpoi viene la notteโ). La breve durata storica della missione pubblica di Gesรน, paragonabile ad una giornata di lavoro (cf. 5,17), rende urgente la sua azione salvifica, al punto da rendere secondaria lโimportanza del sabato e da giustificarne la trasgressione volontaria. Fintanto che Gesรน รจ presente fisicamente tra gli uomini, la luce di Dio, irradiata dal Figlio, brilla nel mondo in tutto il suo splendore e mostra in pieno la sua efficacia salvifica. Dichiarando di essere la โluce del mondoโ, Gesรน anticipa il senso del miracolo ed orienta lโattenzione verso ciรฒ che รจ tenebra.
In questo preciso contesto narrativo, la tenebra non va identificata con il peccato inteso come scelta di volontaria e radicale opposizione a Dio ed alle sue leggi; infatti, lโuomo del racconto รจ cieco dalla nascita, ma la sua cecitร non scaturisce da una situazione di peccato, sia pure imputabile ai suoi genitori (โnรฉ lui ha peccato, nรฉ i suoi genitoriโ). La tenebra, che รจ qui sottintesa e simboleggiata dalla cecitร congenita di un uomo sfortunato, cui il destino ha riservato giorni amari e bui nel senso piรน letterale del termine, richiama lโesistenza di una tenebra originaria nella quale ogni uomo si trova prima di essere illuminato dalla rivelazione del Figlio. Giร nel Prologo lโevangelista aveva definito il Lรฒgos (= verbo, parola, progetto, discorso) di Dio come la luce che brilla nella tenebra (1,5), per cui, presentando il cieco nato, sembra proprio fare riferimento a questo genere di oscuritร esistenziale, che puรฒ essere dissipata solo quando la Luce di Dio si incontra con lโuomo nel corso della sua storia personale e collettiva. Forse รจ questo il motivo per cui il cieco nato del racconto, pur essendo un mendicante bisognoso di aiuto, non formula alcuna preghiera, non potendo domandare ciรฒ che ignora. Acquistando miracolosamente la vista per intervento di Gesรน, Luce che illumina ogni uomo (1,4), egli non recupera un bene giร posseduto e poi perso per colpa propria, ma rinasce ad una nuova esistenza e ad una vita di relazione mai immaginata. Per lui esistevano, prima del miracolo, rapporti umani mediati dai suoni, dagli odori e dal contatto fisico, sicchรฉ la sua vita sociale si svolgeva entro ambiti piuttosto limitati; grazie alla vista, invece, il suo orizzonte esistenziale si amplia a dismisura e si arricchisce dโelementi dialogico-relazionali col mondo circostante straordinariamente ricchi e complessi. Col dono della vista, il miracolato diventa un uomo nuovo, pronto a collaborare attivamente e consapevolmente al progetto di salvezza di Colui che lo ha โilluminatoโ nel profondo del cuore e della mente. Si tratta, in altre parole, di una vera e propria โrinascita dallโaltoโ (cf. 3,3).
Poco dopo, durante il dibattito che avverrร tra Gesรน ed i farisei, la cecitร riacquisterร il significato metaforico tipico dellโAntico Testamento e sarร associata alla perdita volontaria della vista come conseguenza del peccato di rifiuto di Cristo e del suo Vangelo di salvezza (cf. Is 6,9ss; Ger 5,21; Ez 12,2; Gv 9,39; 12,40).
Il protagonista del racconto รจ un uomo religioso, la cui vita รจ illuminata dalla Legge giudaica e che mai e poi mai si sognerebbe di accusare Dio di averlo fatto nascere gravemente menomato. Grazie alla sua fiducia nella Legge, egli riconoscerร che Gesรน viene da Dio (9,30ss), di cui realizza le promesse in modo inatteso e con sovrabbondanza di grazia e di bontร .
6 Detto questo sputรฒ per terra, fece del fango con la saliva, spalmรฒ il fango sugli occhi del cieco 7 e gli disse: โVaโ a lavarti nella piscina di Sรฌloe (che significa Inviato)โ. Quegli andรฒ, si lavรฒ e tornรฒ che ci vedeva.
La procedura seguita da Gesรน per compiere il miracolo รจ alquanto sorprendente. La saliva era ritenuta un valido rimedio per le malattie degli occhi39, ma nel racconto giovanneo non รจ la saliva che opera direttamente la guarigione, bensรฌ รจ il mezzo utilizzato da Gesรน per fare un poโ di fango, con cui spalmare gli occhi del cieco. Secondo il parere dei piรน, lโuso del fango da parte di Gesรน aveva come obiettivo lโinfrazione dellโistituto umano del sabato, (39 Plinio, Nat 28,7; Tacito, Hist IV, 8l) come sarร denunciato dai farisei nel seguito del racconto, mentre, secondo altri, mettendo del fango sugli occhi di un cieco Gesรน avrebbe simbolicamente aggravato la sua giร grave infermitร per rendere ancora piรน impegnativa la sua guarigione sul piano personale ed esistenziale. S. Ireneo, vescovo di Lione verso la fine del II secolo d. C., riteneva invece che il gesto di Gesรน fosse da accostare allโatto con cui, secondo il testo della Genesi (2,7), Dio ha formato lโuomo e nella guarigione del cieco nato aveva individuato il perfetto compimento della primitiva creazione, da cui, a suo modo di vedere, aveva avuto origine lโessere perfetto identificabile col credente in Cristo.40 Il fango della nuova creazione si collegherebbe allora allโacqua del battesimo, di cui la saliva di Gesรน o lโacqua della piscina di Sรฌloe sarebbero lโimmagine. Le due fasi del miracolo fanno pensare ad altri riferimenti biblici: alcuni salmi, ispirandosi evidentemente allโesperienza del profeta Geremia (cf. Ger 38,6), presentano la situazione dellโuomo che affonda nel fango (pelรฒs) e rilevano che da tale imbarazzante situazione lโuomo non puรฒ salvarsi con le sole proprie forze, nonostante tutti gli sforzi compiuti per liberarsi dagli impacci della miseria morale e spirituale, in cui si trova consapevolmente invischiato (Sal 69,3.15; 40,3). Col suo gesto, Gesรน intenderebbe ribadire che lโuomo รจ prigioniero delle tenebre del male; impartendo al cieco lโordine di andare alla piscina di Sรฌloe, cioรจ lโInviato che รจ Lui stesso, Gesรน rende evidente la sua missione di liberazione dellโumanitร da queste tenebre di carattere esistenziale. Solo a Sรฌloe il fango cade dagli occhi del cieco nato ed egli riceve in dono la vista; la cura dei malati con il fango, seguita da abluzioni, รจ testimoniata nel santuario pagano di Pergamo nella prima metร del II secolo d.C., quindi lโevangelista Giovanni avrebbe inteso, proponendo ai suoi lettori lโepisodio della guarigione del cieco nato, contrapporre Gesรน, il vero Salvatore, ad Asclepio, il dio medico. Questโipotesi avvalorerebbe la tesi di coloro che sostengono che il IV Vangelo sia stato scritto in Asia Minore, lโattuale Turchia.41 Sรฌloe รจ lโunico luogo menzionato nel racconto. Lโordine di Gesรน richiama quello che il profeta Eliseo aveva impartito a Naaman il Siro, di andare ad immergersi sette volte nel fiume Giordano per guarire dalla lebbra (cf. 2Re 5); Naaman si era mostrato reticente, mentre il cieco nato obbedisce prontamente alla parola di Gesรน, fidandosi โciecamenteโ di Lui (รจ proprio il caso di dirlo!). La piscina di Sรฌloe si trovava a sud-ovest della cittร vecchia, proprio allo sbocco di un tunnel che re Ezechia aveva fatto costruire verso il 704 a.C. per portare le acque del torrente Gichon allโinterno di Gerusalemme (cf. 1Re 1,33; 2Re 20,20; Ireneo, Adversus Haereses V, 15,2-3. H. Rengstorf, Grande Lessico del Nuovo Testamento X, 177-178. 2Cr 32,30; Sir 48,17). 42 Secondo il rito della festa delle Tende o Capanne, che aveva un significato messianico, una processione solenne si recava ad attingere acqua alla piscina di Sรฌloe, che era lโunico serbatoio idrico della cittร ; in tal modo si onorava la dinastia davidica, di cui tale piscina era divenuta un simbolo, allorquando il profeta Isaia aveva rimproverato al popolo di disprezzare queste โacque che scorrono placidamenteโ (Is 8,6). Questi dati biblici servono allโevangelista quale collegamento storico tra Sรฌloe e lโInviato, giustificando il compimento della tradizione ebraica nella persona di Cristo: il termine ebraico infinitivo qal ha, in primo luogo, un senso attivo ed indica la conduttura, il canale (che invia acqua) ma puรฒ essere letto anche al passivo col significato di โessere inviatoโ. Il narratore sintetizza lโevento prodigioso della guarigione del cieco nato con poche e sobrie parole: โquegli andรฒ, si lavรฒ e tornรฒ che ci vedevaโ. Persino la dinamica del miracolo passa quasi sotto silenzio pur essendo circoscritta da ben tre verbi dโazione, i quali ottemperano, da una parte, ad un ordine che non ammette nรฉ discussioni nรฉ tentennamenti e, dallโaltra, ad unโesplicita volontร di obbedire: chi compie la volontร di Dio nellโordinaria quotidianitร della propria esistenza non deve necessariamente fare uso della grancassa ed attirare su di sรฉ lโattenzione del prossimo ad ogni costo e, dal canto suo, Dio non interviene quasi mai nella storia dellโuomo con troppo clamore. Lโagire di Dio รจ silenzioso, discreto e rispettoso della libera volontร dellโuomo.
8 Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, poichรฉ era un mendicante, dicevano: โNon รจ egli quello che stava seduto a chiedere lโelemosina?โ. 9 Alcuni dicevano: โ Eโ luiโ; altri dicevano: โNo, ma gli assomigliaโ. Ed egli diceva: โSono io!โ. 10 Allora gli chiesero: โCome dunque ti furono aperti gli occhi?โ. 11 Egli rispose: โQuellโuomo che si chiama Gesรน ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: ยซVaโ a Sรฌloe e lavati!ยป. Io sono andato e, dopo essermi lavato, ho acquistato la vistaโ. 12 Gli dissero: โDovโรจ questo tale?โ. Rispose: โNon lo soโ.
La constatazione del miracolo avviene in un clima di evidente stupore, incredulitร e costernazione da parte di persone estranee allโavvenimento e che, loro malgrado, sono costrette a prendere atto dellโavvenuto prodigio. Pare di sentire i commenti della gente, evidentemente abituata da qualche tempo a vedere quel cieco nato mentre chiedeva lโelemosina nelle piazze ed agli angoli delle strade della cittร , soprattutto durante i giorni di festa, quando cโerano tanti pellegrini che affluivano verso il Tempio di Salomone, molti dei quali ben disposti a fare lโelemosina ai tanti sventurati, veri o fasulli, situati nei punti strategici della cittร . ร soprattutto la gente del posto che, incontrando il miracolato, non crede ai propri occhi e manifesta opinioni contrastanti. Il richiamo al passato (โera un mendicanteโฆ stava seduto a chiedere lโelemosinaโ) dร rilievo al cambiamento che รจ avvenuto in quellโuomo. โEโ luiโฆ no, non รจ lui, perรฒ gli somigliaโฆโ. Tocca al miracolato dare un taglio alle supposizioni con un deciso e perentorio โsono ioโ, grazie al quale egli conferma la propria identitร quasi con soddisfatto orgoglio: sono proprio io il destinatario di una grazia cosรฌ grande ed inaspettata, sono proprio io quello che avete compatito fino a pochi istanti fa, io che vi chiedevo qualche spicciolo dโelemosina e che stavo zitto quando sussurravate i vostri maliziosi commenti sulla mia disgraziaโฆ ero cieco, mica sordo e nemmeno scemo! E adesso, eccomi qua! Ci vedo come voi, anzi, ci vedo meglio di tanti voi, grazie a Gesรน. Giร , ma Lui dovโรจ?
Il cieco guarito comincia a subire i primi inconvenienti della sua vita di miracolato: โCome ti furono aperti gli occhi?โ. Il poveruomo capisce subito che non lo lasceranno stare in pace tanto facilmente, perchรฉ Gesรน ha compiuto unโazione certamente giusta ma nel momento e nel modo sbagliati: ha guarito un uomo in giorno di sabato facendo del fango e mettendoglielo sugli occhi! Quella domanda gli รจ ripetuta fino alla nausea (9,10.15.16.19.21.26) quasi volessero farlo sentire in colpa per essere stato guarito da una grave menomazione, che si portava dietro dalla nascita! Lโex cieco si rende conto che le autoritร religiose giudaiche gli imputano, quasi fosse un crimine, la responsabilitร di essere un testimone diretto delle qualitร taumaturgiche di un Uomo temuto ed odiato e comprende che chi sta dalla parte di Gesรน rischia grosso. Ciononostante, egli non teme di schierarsi a favore di Gesรน e di rendergli testimonianza, anche a costo di farsi emarginare dalla societร ebraica (โlo cacciarono fuoriโ, 9,34) e di farsi insultare (9,28).
Per indicare il recupero della vista da parte del cieco nato, lโevangelista usa il verbo greco anablรฉpo (9,11.15.18), che significa โalzare gli occhi verso qualcuno o qualcosaโ, quasi a voler sottolineare una predisposizione del cieco ad avere fede in Gesรน. Al termine del racconto, quando Gesรน incontra nuovamente il cieco ormai guarito ma espulso dal consesso religioso ebraico e ricusato persino dai suoi genitori, lโevangelista esprime la fede piena e perfetta del miracolato nel Figlio dellโuomo, che lo ha guarito, usando il verbo orร o (9,37), che significa โvedere con cognizione di causa, guardare in profonditร andando oltre le apparenze, credereโ. Per passare da una buona disponibilitร a credere alla fede piena, lโex cieco deve affrontare una dura prova: respinto dagli uomini, egli รจ pronto ad essere accolto dalle amorevoli braccia del Figlio di Dio.
Autocertificando la propria identitร con lโespressione โsono ioโ, che lโevangelista mette sulla sola bocca di Gesรน come formula di rivelazione della propria identitร divina, il cieco guarito dalla sua infermitร ed illuminato da Cristo confermerebbe ai presenti, che lo interrogano, di essere quasi un tuttโuno con colui che lo ha guarito e del quale, dโora in poi, sarร il testimone piรน veritiero e credibile grazie alla vista recuperata in modo cosรฌ prodigioso ed evidente a tutti. Dovโรจ questo tale?, incalzano i presenti. Non lo so, risponde il miracolato, ancora disorientato dallโaccaduto. Egli conosce Gesรน solo di nome e certamente, come avviene per tutti i non vedenti di questo mondo, la sua voce gli รจ rimasta impressa nella mente e sicuramente saprebbe riconoscerla fra mille e mille altre voci. Ancora โnon saโ chi รจ Gesรน, anche se ha giร intuito, dal nome che porta (YEรSHUA, Dio salva), di essere stato beneficato dal โSalvatoreโ (v. 11): quellโuomo, che si chiama Gesรนโฆ ha fattoโฆ mi ha spalmatoโฆ mi ha detto. Il buonuomo ha indicato alla curiositร della gente il suo benefattore chiamandolo per nome e specificandone le azioni โsalvificheโ, ma per la gente il taumaturgo rimane un perfetto sconosciuto: dovโรจ questo tale? In greco la domanda della gente, che brilla per ottusitร e si distingue per lโanonimato, suona ancora piรน cruda e scostante: dovโรจ quello? La gente diffidente e senza volto di Gerusalemme (โi vicini e quelli che lo avevano visto primaโฆโ) prende le distanze da un uomo che infrange la sacralitร del sabato e nemmeno vuole conoscere il suo โnomeโ, la sua identitร , ma vuole solo sapere dove si trova per denunciarlo alle autoritร religiose. Chi viola il sabato merita di morire! Lโex cieco intuisce le intenzioni di coloro che lo interrogano e si esprime con un lapidario โnon soโ, che stride con la loquacitร mostrata poco prima nel comunicare a tutti la gioia per una vista recuperata in modo cosรฌ insperato. Il seguito del racconto dimostrerร che il miracolato non avrร alcun timore di โsapereโ chi รจ e dove si trova Gesรน, non avrร paura di manifestare la sua fede nel Figlio dellโuomo e saprร pagarne le conseguenze estreme: il dono della fede, cioรจ della โvistaโ, rende accettabile lโostilitร di chi rifiuta di credere e di โvedereโ (9,40-41).
13 Intanto condussero dai farisei quello che era stato cieco: 14 era infatti sabato il giorno in cui Gesรน aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. 15 Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come avesse acquistato la vista. Ed egli disse loro: โMi ha posto del fango sopra gli occhi, mi sono lavato e ci vedoโ. 16 Allora alcuni dei farisei dicevano: โQuestโuomo non viene da Dio, perchรฉ non osserva il sabatoโ. Altri dicevano: โCome puรฒ un peccatore compiere tali prodigi?โ. E cโera dissenso tra loro. 17 Allora dissero di nuovo al cieco: โTu che dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?โ. Egli rispose: โEโ un profeta!โ.
La prodigiosa guarigione di un cieco nato, anche se avvenuta in giorno di sabato, non รจ un evento comune e una volta costatato che, in effetti, lโevento si รจ verificato, ai piรน pare opportuno accompagnare il miracolato dai responsabili della sinagoga, gli unici autorizzati a pronunciarsi sulle implicazioni teologiche e religiose del miracolo. In effetti, i farisei che compongono in maggioranza anche il Sinedrio, il tribunale amministrativo e religioso della nazione giudaica, procedono con cautela e con metodo nei confronti dellโex cieco, interrogandolo ben due volte (9,13-17.24-34) e convocando persino i suoi genitori. Davanti alla testimonianza resa dal miracolato, i farisei vanno in crisi e manifestano opinioni contrastanti. La loro difficoltร nel comprendere il miracolo ed il modo in cui รจ avvenuto รจ reale e comprensibile. Secondo la Legge (Dt 13,1-6), chi compie prodigi incitando il popolo a disprezzare la legge divina deve essere condannato; nel caso in questione, lโinfrazione del sabato puรฒ squalificare il taumaturgo ed esporlo ai rigori della legge, che รจ stata palesemente violata. Ma chi sono questi onnipresenti โfariseiโ, che lโevangelista ripetutamente presenta come i nemici piรน accaniti di Gesรน, fatte le debite eccezioni come Nicodemo?
I farisei, il cui nome significa letteralmente โseparati, divisiโ, erano in realtร dei laici che, sin dallโepoca dei Maccabei (166/37 a.C.) si erano opposti con tutte le loro forze alla diffusione della cultura greca (ellenizzazione) in Giudea da parte delle forze di occupazione straniere in collaborazione con diversi elementi di spicco della popolazione ebraica, accusati di collaborazionismo. Il loro scopo era di realizzare lโideale di santitร , che Dio aveva richiesto ad Israele, attraverso la scrupolosa osservanza della Legge, della quale erano esperti e profondi conoscitori e di cui erano ascoltati ed apprezzati insegnanti presso il popolo. Dai sadducei, loro acerrimi avversari sul piano religioso e politico, essi erano considerati come coloro che vivevano โseparatiโ da tutto ciรฒ che era legalmente impuro.
A differenza dei sadducei, i quali costituivano il partito politico religioso dellโaristocrazia sacerdotale, erano amanti della cultura e simpatizzanti del progresso culturale delle altre nazioni, disdegnavano il contatto con il popolo ed erano politicamente compromessi coi dominatori di turno, i farisei amavano invece stare con la gente comune, alla quale insegnavano i precetti della Legge e, forti della loro conoscenza della tradizione orale, davano utili consigli per rendere praticabili nella vita quotidiana le esigenze della Legge stessa. Sul piano strettamente religioso, farisei e sadducei erano agli antipodi. Estremamente fatalisti e sostanzialmente materialisti, i sadducei accettavano solo le norme legali e cultuali presenti nella Torรขh, cioรจ la Legge scritta, rifiutavano la tradizione orale e respingevano le innovazioni farisaiche, affermavano che nulla dipende da Dio, negavano la futura resurrezione dei morti e lโesistenza degli angeli, applicavano rigorosamente la legge del taglione.
Dal canto loro, i farisei erano assai rispettosi dellโessere umano tanto che lo scrittore Giuseppe Flavio lodava la loro austeritร e cortesia, sottolineava la loro benevolenza nel giudicare il prossimo e li elogiava per il loro abbandono alla divina provvidenza, ma erano degli esagerati osservanti della Legge e della tradizione, specie per quanto concerneva il riposo del sabato, la purezza legale e le decime. Essi erano cosรฌ scrupolosi nellโosservanza formale delle norme legali, da rasentare la paranoia.
Gesรน non aveva alcun pregiudizio nei loro confronti e con molti di loro aveva intrattenuto anche delle relazioni positive. Spesso era stato invitato alla loro tavola, con Nicodemo aveva avuto un rispettoso colloquio nel cuore della notte, da alcuni di loro era stato avvisato che Erode lo stava cercando certamente non per un amabile scambio dโopinioni (Lc 13,31). Dโaltra parte, Gesรน non si era mai espresso in modo sfavorevole nei confronti di un uomo solo per la sua appartenenza pura e semplice a questo od a quel gruppo sociale o politico o religioso: per Gesรน veniva, prima di tutto, lโuomo con le sue virtรน e le sue debolezze. Ciรฒ che Gesรน mal digeriva di molti farisei era la loro arroganza, la vanitร e lโipocrisia. A molti di loro rinfacciava la mancanza di senso della giustizia, di misericordia, di coerenza e dโumanitร , nonchรฉ lโincapacitร di accogliere la novitร del suo Annuncio. Or dunque, le persone semplici del popolo sono incapaci di dare una spiegazione al miracolo e si affidano al giudizio di coloro che sono considerati i massimi esperti in materia religiosa.
Solo a questo punto (9,14) Giovanni informa il lettore che il miracolo รจ avvenuto in giorno di sabato, dando cosรฌ una spiegazione dellโaspra discussione che divampa fra gli stessi farisei, alcuni dei quali squalificano ipso facto lโoperato di Gesรน come prodotto del maligno (โโฆ questโuomo non viene da Dio, perchรฉ non osserva il sabatoโ) mentre altri, piรน cauti, lasciano spazio almeno a qualche ombra di dubbio e dโincertezza circa la reale provenienza di Gesรน (โโฆ come puรฒ un peccatore compiere tali prodigi?โ). Ai fini di un giudizio finale, che sia coerente con i principi legali contenuti nella Legge, i farisei si fanno spiegare per filo e per segno dal miracolato come ha fatto Gesรน a guarirlo dalla sua cecitร . ร evidente che a nessuno di loro venga in mente di contestare il prodigio in sรฉ; troppi testimoni conoscono il cieco nato e sono in grado di attestare lโavvenuta guarigione. Ciรฒ che conta รจ delegittimare lโoperato di Gesรน trovando il modo di affermare, senza alcuna ombra di dubbio, che Egli non โviene da Dioโ perchรฉ non si comporta come un โuomo di Dioโ. Il fatto che Gesรน abbia impastato del fango e lo abbia messo sulle palpebre del cieco aggrava la sua posizione dal punto di vista strettamente giuridico, perchรฉ lโazione dellโimpasto era una delle attivitร specificamente vietate durante la festivitร del sabato, il che rendeva illegittimo anche il risultato, seppure prodigioso, di tale azione.
Le domande dei farisei allโuomo risanato sono presentate come un vero interrogatorio. Pare logico aspettarsi che il racconto del miracolato, incalzato dalle domande dei farisei, sia stato ben piรน particolareggiato di quanto non lasci intendere la lapidaria dichiarazione riportata dallโevangelista: โMi ha posto del fango sopra gli occhi, mi sono lavato e ci vedoโ.
Questa dichiarazione รจ, comunque, piรน che sufficiente per capire come si sono svolti i fatti nella realtร . Prigionieri del loro atteggiamento legalistico, i farisei non sanno spiegarsi, ad ogni buon conto, come possa un peccatore compiere tali prodigi; questo vocabolo viene riportato al plurale dal testo greco, semรจia, quasi a sottolineare il fatto che ai farisei erano pervenute notizie di diversi altri miracoli operati da Gesรน, alcuni dei quali ancora in giorno di sabato (cf. 5,9)! La discussione fra i farisei avviene con toni accesi davanti agli occhi increduli del cieco guarito, il quale, direttamente interpellato da quellโeminente assemblea di esperti in cose riguardanti la santa Legge ed invitato ad esprimere un giudizio sullโUomo che lo ha guarito, non esita ad affermare che Gesรน รจ un profeta, cioรจ un uomo particolarmente vicino a Dio e dotato del particolare carisma di essere il portavoce dellโAltissimo. Il giudizio dellโuomo risanato รจ, ovviamente, subito scartato dai farisei, che considerano costui un povero ignorante della Legge, un am-ha-haretz, perciรฒ cercano di delegittimare la sua testimonianza mettendo in dubbio che non sia mai stato veramente cieco e che non sia, piuttosto, un impostore. Occorre cambiare tattica e convocare i genitori dellโuomo guarito per un confronto, che si rivelerร drammatico ma non privo dโamaro umorismo.
18 Ma i giudei non vollero credere di lui che era stato cieco e aveva acquistato la vista, finchรฉ non chiamarono i genitori di colui che aveva recuperato la vista. 19 E li interrogarono: โร questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?โ 20 I genitori risposero: โSappiamo che questo รจ il nostro figlio e che รจ nato cieco; 21 come poi ora ci veda, non lo sappiamo, nรฉ sappiamo chi gli ha aperto gli occhi; chiedetelo a lui, ha lโetร , parlerร lui di se stessoโ. 22 Questo dissero i suoi genitori, perchรฉ avevano paura dei giudei; infatti i giudei avevano giร stabilito che se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. lโetร , chiedetelo a lui!โ. 23 Per questo i suoi genitori dissero: โHa lโetร , chiedetelo a lui!โ.
Pur davanti allโevidenza dei fatti ed alla concordanza delle testimonianze pervenute dalla folla, i farisei non demordono e cercano una qualsiasi contraddizione od imprecisione nelle parole dei testimoni per smantellare ciรฒ che considerano un castello di menzogne o, nella migliore delle ipotesi, il risultato di unโautosuggestione collettiva. Rompendo gli indugi, i farisei convocano i genitori del presunto cieco guarito per avere la certezza che il miracolato fosse proprio il loro figlio e, soprattutto, per avere la conferma che fosse un finto malato. Possiamo ben immaginarci le minacce, nemmeno tanto velate, ricevute dai due poveretti prima di essere messi a confronto con il cieco risanato: โBadate bene a quello che dite, altrimenti ne pagherete le conseguenze in un modo che neppure vi potete immaginareโฆโ, oppure โse fate i furbi, lo scopriremo presto anche a costo di mettervi sotto torturaโฆโ o amenitร di questo genere. Chi non ama la veritร , รจ disposto a tutto pur di non sentirsela dire o dimostrare.
In modo sorprendente, lโevangelista definisce โgiudeiโ quelli che, fino a poco prima, ha qualificato come โfariseiโ (9,18). Molto probabilmente il narratore ha inteso sottolineare il carattere ufficiale della convocazione dei genitori del cieco nato e la loro successiva deposizione. Nel IV Vangelo, infatti, sono generalmente indicati come โgiudeiโ i rappresentanti delle autoritร religiose e politiche del mondo ebraico (cf. 1,19; 2,18.20; 5,10 ecc.), anche se molti di loro appartenevano al movimento farisaico. La decisione di espellere dalla sinagoga gli eventuali seguaci di Gesรน partirร proprio dai โgiudeiโ (9,22), le cui decisioni sono inappellabili in seno alla nazione ebraica.
ร vostro questo figlio, che dite essere nato cieco? Il tono della domanda non deve essere stato molto amichevole nรฉ comprensivo, specie quando viene sottolineato ciรฒ che finora i genitori โhanno dettoโ del figlio, cioรจ che รจ nato cieco. I giudei incalzano e non danno tregua: se รจ vero che รจ nato cieco, โcome mai ora ci vede?โ. Ai due poveretti non resta che rispondere alle prime due domande dicendo la veritร e, alla terza domanda, mantenendosi sulla difensiva: โcome poi ora ci veda non lo sappiamo, nรฉ sappiamo chi gli ha aperto gli occhiโ. Dalla risposta si arguisce che i due sanno molto bene cosa รจ successo al loro disgraziato figliolo e sanno anche chi รจ il guaritore, che, se non altro, conoscono di fama, ma fanno finta di non saperlo per non avere guai. Ciรฒ che fino a pochi istanti prima era loro parsa una grande grazia ricevuta dallโAltissimo, ora si sta trasformando in una pericolosa trappola ed essi si accorgono che, se non misurano le parole, rischiano di perdere tutto, forse anche la vita. I giudei si sono limitati a chiedere loro se sanno โcomeโ sia guarito il figlio, ma essi tradiscono la loro ansia di mettersi al riparo da brutte sorprese ed anticipano la domanda successiva, nemmeno formulata dai giudei, affermando che non sanno โchiโ ha aperto gli occhi a loro figlio. Allโimprovviso, essi intuiscono che cโรจ una via di fuga per mettersi in salvo e la imboccano senza pensarci due volte, anche a costo di consegnare nella mani di quei giudici severi ed intransigenti la sorte del figlio: โchiedetelo a lui, ha lโetร , parlerร lui di se stessoโ. Amareggiato, ma in tono comprensivo, lโevangelista spiega il motivo di un simile comportamento da vigliacchi dei due genitori: โavevano paura dei giudeiโ, che avevano minacciato di espellerli dalla sinagoga trasformandoli in poveracci senza patria e senza diritti, quasi degli โimpuriโ a vita!
Ha lโetร . Evidentemente il cieco guarito da Gesรน aveva piรน di tredici anni e un giorno, etร fissata dalla Legge come termine minimo per essere considerati maggiorenni,43 dopo lโespletamento del rituale dโiniziazione detto bร r-mitzvร h. A proposito dellโespulsione dalla sinagoga di un membro del popolo eletto, ai tempi di Gesรน questa misura punitiva aveva un valore temporaneo (massimo 30 giorni) e vi si ricorreva per correggere coloro che si erano resi responsabili di violazioni della Legge; ciรฒ che รจ ventilato dallโevangelista, invece, รจ una vera e propria esclusione definitiva dalla sinagoga di quanti riconoscevano che Gesรน รจ il Cristo e tale misura fu adottata al concilio di Jamnia (intorno al 90 d.C.) presieduto dal rabbรฌ Gamaliele II. Va precisato che lโespulsione di un ebreo dalla comunione religiosa giudaica aveva gravi conseguenze personali e sociali. Lโannotazione dellโevangelista circa questa drastica decisione, presa dalle autoritร giudaiche nei confronti dei seguaci di Gesรน (9,22), risentirebbe pertanto del clima di persecuzione attuato dai giudei a danno dei cristiani alla fine del I secolo d.C. ma, inserita in questo contesto narrativo, avrebbe lo scopo di sottolineare lโaccesa ostilitร attiva esistente giร allโepoca di Gesรน tra i giudei ed il Maestro di Galilea, da cui non erano esclusi i discepoli di questโultimo. In altre parole, Giovanni avrebbe proiettato nel passato una disposizione di scomunica ufficiale e definitiva recente (cf. 12,42; 16,2) e di cui, molto probabilmente, avevano sofferto alcuni dei suoi lettori. Non contenti delle risposte date dai genitori del cieco risanato, i giudei convocano una seconda volta questโultimo nella speranza di farlo cadere in contraddizione.
24 Allora chiamarono di nuovo lโuomo che era stato cieco e gli dissero: โDaโ gloria a Dio! Noi sappiamo che questโuomo รจ un peccatoreโ. 25 Quegli rispose: โSe sia un peccatore, non lo so; una cosa so: prima ero cieco e ora ci vedoโ: 26 Allora gli dissero di nuovo: โChe cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?โ. 27 Rispose loro: โVe lโho giร detto e non mi avete ascoltato; perchรฉ volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?โ. 28 Allora lo insultarono e gli dissero: โTu sei suo discepolo, noi siamo discepoli di Mosรจ! 29 Noi sappiamo infatti che a Mosรจ ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove siaโ.
Lโinterrogatorio dei testimoni da parte delle autoritร giudiziarie dโIsraele poteva sembrare pedante, noioso e ripetitivo ma aveva lo scopo di esaminare scrupolosamente tutte le circostanze dei fatti attribuiti allโimputato, per evitare unโingiusta condanna dellโaccusato stesso. Il miracolato aveva giร risposto una prima volta alle domande rivoltegli dalla folla, poi una seconda volta ai giudei accorgendosi di aver sollevato dubbi e perplessitร anche sulla sua situazione di cieco dalla nascita. La semplice evidenza di non essere stato creduto lo induce a non voler piรน rispondere una terza volta alle medesime domande rivoltegli da quegli stessi giudei, che hanno dimostrato di non credere alla sua sinceritร . Il suo rifiuto a ripetere quanto giร detto in occasione dei due interrogatori precedenti appare del tutto comprensibile: stanco di quella tiritera interminabile, il miracolato passa allโattacco ed accusa i giudei di non averlo ascoltato e creduto. Sordi alla testimonianza di Dio (cf. 8,43.47), i giudei non cambierebbero le loro opinioni neppure se ascoltassero per la terza o la quarta volta la deposizione dellโuomo guarito grazie alla potenza di Dio, che agisce e guarisce attraverso Gesรน di Nazareth. A meno che, ironizza lโarguto uomo risanato, i suoi giudici vogliano ascoltare ancora una volta ciรฒ che Gesรน ha detto e fatto per diventare suoi convinti discepoli; non sarebbe una cosa scandalosa se pure loro dessero credito e testimonianza a quellโUomo capace di compiere prodigi cosรฌ grandi e, a loro volta, rendessero โgloria a Dioโ (9,24) per essere stati beneficati dallโarrivo di un simile โprofetaโ (9,17), mandato da YHWH allo scopo di dimostrare che la sua benevolenza per Israele non era venuta a mancare! Il poveretto non sโimmagina neppure lontanamente di aver calpestato un nido di vipere. A ciรฒ che considerano un vero e proprio insulto alla loro intelligenza ed integritร religiosa e morale, i giudei reagiscono con violenza insultando a loro volta il miracolato ed accusandolo di essere proprio lui โdiscepoloโ di quel violatore del sabato, del quale non hanno affatto stima alcuna. Considerare i giudei come potenziali โdiscepoli di Gesรนโ equivale ad insultarli e coprirli di vergogna inaudita: solo di Mosรจ essi sono i discepoli e gli eredi spirituali legittimi e, allโinfuori degli scribi farisei, nessuno puรฒ a buon diritto aspirare ad essere od a ritenersi vero discepolo di Mosรจ! Quando i farisei contrappongono a Gesรน il profeta e legislatore Mosรจ, โal quale Dio ha parlatoโ, i lettori di buona memoria non possono fare a meno di ricordare che Gesรน ha citato Mosรจ proprio come suo testimone (cf. 5,46). Per questi giudei, Gesรน รจ solamente un uomo dalle oscure origini ed essi sospettano che egli provenga dal โregno di satanaโ. Per la maggioranza di loro Gesรน non puรฒ in alcun modo โvenire da Dioโ (9,16), anche se gli si attribuiscono poteri taumaturgici. Affermando di non sapere โ di dove siaโ, i giudei intendono disprezzare Gesรน ma, senza rendersene conto, ammettono di non comprendere la rivelazione di Dio (cf. 7,28; 8,14), di cui non sanno riconoscere le opere. Proprio i presuntuosi โdiscepoli di Mosรจโ, che si considerano i veri custodi della Legge, restano ottusamente incapaci di riconoscere il Rivelatore di Dio, del quale Mosรจ ha scritto e reso testimonianza parecchi secoli prima della sua venuta tra gli uomini.
30 Rispose loro quellโuomo: โProprio questo รจ strano, che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. 31 Ora, noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma se uno รจ timorato di Dio e fa la sua volontร , egli lo ascolta. 32 Da che mondo รจ mondo, non sโรจ mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. 33 Se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto far nullaโ. 34 Gli replicarono: โSei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi?โ. E lo cacciarono fuori.
Un uomo senza cultura tira le orecchie a quei sapientoni e trova stupefacente che essi non sappiano โdi dove siaโ Gesรน e non siano in grado di giudicare lโoperato di Dio. A lui, invece, che non sa nรฉ leggere nรฉ scrivere a causa della cecitร congenita ma che, con tutta probabilitร , ha frequentato la sinagoga ed ha saputo ascoltare la Parola di Dio proclamata e spiegata da quegli stessi โmaestriโ che gli stanno ora di fronte per interrogarlo, appare chiara ed evidente la spiegazione dei โsegniโ compiuti da Gesรน. Chi opera prodigi cosรฌ inauditi non puรฒ che โvenire da Dioโ, il quale ascolta ed esaudisce chi รจ timorato di Lui e compie la sua santissima volontร . In quel โnoi sappiamoโ (9,31), che contrappone la conoscenza e la sapienza di chi crede allโignoranza di chi non crede, รจ racchiusa lโesperienza di fede dei cristiani della comunitร dellโevangelista, i quali replicavano alle accuse dei giudei increduli del loro tempo con le medesime argomentazioni del cieco nato. Nel mondo giudaico circolavano voci insistenti circa le arti magiche praticate da Gesรน e tali accuse erano riportate anche dai grandi Padri apologisti del II-III secolo d.C. come s. Giustino44 ed Origene45. A tali calunnie si poteva controbattere con le motivazioni addotte dallโuomo risanato, poichรฉ nel giudaismo i miracoli erano ritenuti esaudimenti di preghiere. Un detto rabbinico coincide quasi alla lettera con il concetto espresso dal miracolato: โSono esaudite le parole di ogni uomo nel quale cโรจ timore di Dioโ. Nel caso del cieco nato, poi, si tratta di una guarigione miracolosa mai udita prima dโora, perciรฒ Gesรน non avrebbe mai potuto effettuarla se non fosse stato โda Dioโ. La risposta astiosa e velenosa dei giudei non si fa attendere: โSei nato tutto nei peccatiโ (cf. Sal 51,7). I giudei non si riferiscono al generale irretimento nel peccato e nella colpa condiviso da tutto il genere umano (cf. Gen 8,21; Gb 14,4), bensรฌ alla speciale costituzione peccatrice di questโuomo, che รจ nato cieco. Essi intendono imputare la sua disgrazia ai peccati dei suoi genitori (9,2) e presentarlo allโattenzione del popolo come un uomo reietto da Dio. Come osa, poi, questo peccatore congenito insegnare a loro, che sono studiosi qualificati della Scrittura e scrupolosi osservanti della Legge? I giudei sono accusati dallโevangelista di una cecitร e di un peccato piรน gravi di quelli attribuiti da loro al cieco nato: oltre a non aver compreso la Rivelazione di Dio e ad aver respinto il Rivelatore, essi sono colpevoli anche di presuntuosa arroganza e di vanitร . La loro cecitร รจ tipica degli uomini che si vantano della propria saggezza ed autoritร , al punto di non temere di ricorrere alla forza ed alla violenza quando rimangono a corto di argomenti convincenti per opporsi a ciรฒ che considerano errore. E lo cacciarono fuori. Il poveretto non viene buttato fuori semplicemente dal luogo in cui si รจ svolto lโinterrogatorio, ma viene, in senso piรน proprio, โscomunicatoโ, cioรจ espulso dalla comunione di fede giudaica e privato dei suoi diritti personali e sociali. Per mettere a tacere un testimone scomodo della veritร non cโรจ niente di meglio che fare terra bruciata intorno a lui e definire falsa la sua testimonianza.
35 Gesรน seppe che lo avevano cacciato fuori e, incontratolo, gli disse: โTu credi nel Figlio dellโuomo?โ. 36 Egli rispose: โE chi รจ, Signore, perchรฉ io creda in lui?โ. 37 Gli disse Gesรน: โTu lโhai visto: colui che parla con te รจ proprio luiโ. 38 Ed egli disse: โIo credo, Signore!โ e gli si prostrรฒ innanzi. 39 Gesรน allora disse: โIo sono venuto in questo mondo per giudicare, perchรฉ coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechiโ. 40 Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: โSiamo forse ciechi anche noi?โ. 41 Gesรน rispose loro: โSe foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane.
Gesรน viene a sapere della violenza gratuita subita dal poveretto che ha risanato e, non volendo perdere nessuno di coloro che il Padre porta a Lui (cf. 6,38), lo va a cercare e lo interpella direttamente per condurlo alla fede piena. Incontrato il cieco risanato, non gli chiede direttamente: โ credi in me?โ, ma in modo ancora velato gli domanda se crede nel Figlio dellโuomo, sollecitando da lui una risposta del tutto personale e priva di tentennamenti, che scaturisca dal profondo del cuore.
Tu credi nel Figlio dellโuomo? Gesรน sa fin troppo bene che gli โaltriโ non credono, ma sa anche che questโuomo non ha ceduto alle lusinghe ed alle minacce di coloro che non credono (9,22) e che, anzi, ha subito senza ripensamento alcuno una palese ingiustizia da parte delle autoritร preposte a guidare, con cuore integro ed onesto, le sorti religiose ed i principi morali del popolo eletto. Il miracolato aveva giร compiuto di suo un grande cammino di fede, sorretto dalla formazione religiosa giudaica e da una formidabile fiducia nella Provvidenza divina ed ora รจ pronto a compiere il passo definitivo incontro a Cristo.
Chi รจ, Signore, perchรฉ io creda in lui? Lโultimo diaframma, che separa lโuomo dalla fede in Gesรน e che lo rende ancora per poco โnon vedenteโ, viene rimosso da Gesรน in persona con una formula di auto-rivelazione: โColui che parla con te, รจ proprio luiโ (formula equivalente a: Sono io). A questo punto, la vista del cieco รจ pienamente recuperata, sia in senso fisico che metafisico; la professione di fede dellโuomo risanato viene espressa con parole (โIo credoโ) e con gesti (โgli si prostrรฒ innanziโ) di grande rilevanza simbolica: i veri cristiani sono coloro che accettano con la mente, col cuore e con la condotta di vita la loro dipendenza assoluta da Cristo, Signore della storia e Dio dellโuniverso, che siede alla destra del Padre (cf. Sal 110,1; Mt 22,44p; At 2,33-35; Eb 1,13; 10,12-13; 1Pt 3,22) e davanti al quale โogni ginocchio si piega in cielo, sulla terra e sotto terraโ (Fil 2,10). Il Messia tanto atteso da secoli รจ presente in carne ed ossa davanti a quegli occhi umani, che ora โsanno vedereโ ben di lร delle apparenze e dei tanti pregiudizi che ancora affliggono i tanti farisei della storia (inclusi numerosi cristiani, che sono tali solo per aver ricevuto il battesimo, ma si sono rifiutati piรน o meno consapevolmente ed intenzionalmente di crescere quotidianamente nella fede e di accogliere nella loro vita la gran novitร del Vangelo di salvezza, annunciato da Gesรน e da coloro che sono i suoi โinviatiโ).
Lโuomo risanato si prostra ai piedi di Gesรน per adorarlo, forse consapevole di trovarsi di fronte il Rivelatore di Dio in persona, il Messia, il Profeta tanto atteso. La prosternazione (proskรบnesis) come gesto di adorazione sarร pienamente consapevole dopo la resurrezione di Gesรน (cf. 20,27-29), allorquando il diffidente e cauto Tommaso capirร che Colui che gli si รจ mostrato con le ferite dei chiodi e del colpo di lancia non รจ un fantasma nรฉ unโallucinazione, ma nientemeno che il Figlio di Dio entrato definitivamente, con la resurrezione dai morti, nella gloria del Padre, dal quale era stato inviato tra gli uomini per rendere accessibile a costoro lโinfinito amore di Dio per le sue creature. Anche se, con tutta probabilitร , lโuomo risanato non comprende appieno il significato del titolo che Gesรน si attribuisce (Figlio dellโuomo), tuttavia egli non esita a professare la sua fede in Lui e diventa, a pieno titolo, un vero e proprio โveggenteโ, uno che vede Dio a faccia a faccia: tu lo hai visto. Lโevangelista usa il verbo orร o per significare che la vista di quellโuomo รจ ormai orientata verso la fede nellโInviato di Dio.
Il verbo โprosternarsiโ o โprostrarsiโ (in greco, proskunรจin) potrebbe esprimere un semplice omaggio reso ad un uomo, ma lโevangelista ha certamente inteso suggerire qualcosa di piรน con quel gesto compiuto dal cieco guarito. Nel IV Vangelo, infatti, questo verbo รจ usato solo per indicare lโadorazione di Dio (4,20-24; 12,20); Gesรน รจ il vero tempio (2,21) ed il luogo della vera adorazione del Padre (4,23). In Gesรน รจ Dio stesso che si accosta agli uomini nella pienezza della sua gloria, della maestร , della potenza soccorritrice e della bontร salvifica (cf. 6,20.69; 14,9s; 20,28). Perciรฒ il gesto dellโuomo, anche se non deve esprimere una formale adorazione di Gesรน in quanto Dio, vuole perรฒ indicare che al portatore della salvezza inviato da Dio viene resa ed รจ dovuta la venerazione con cui รจ onorato ed adorato Dio stesso. In tal modo si manifesta la progressione dellโuomo dalla sua fede giudaica (9,31-33) a quella cristiana.
A colui che prima era stato โciecoโ e che ora รจ divenuto โveggenteโ, Gesรน rivolge una parola profonda, fondata su questo simbolismo. La venuta di Gesรน sulla terra, dopo essere โdiscesoโ dal cielo che di diritto gli appartiene in virtรน della sua natura divina, ha il significato di un giudizio od azione giudiziaria (krรฌsis) ed Egli riveste i panni del giudice (cf. 5,22.27.30), senza che ciรฒ sia in contraddizione con la sua missione salvifica (cf. 3,17; 8,15; 12,47). Per chi rifiuta lโInviato di Dio, infatti, la sua colpevole incredulitร diventa per ciรฒ stesso un giudizio (cf. 3,18; 12,48). Tale giudizio dร luogo ad una divisione tra gli uomini, dei quali gli uni scelgono di essere illuminati dalla luce e compiere le opere di Dio, mentre gli altri preferiscono vivere nelle tenebre dellโincredulitร e dedicarsi ad opere malvagie.
Lโincisiva durezza del giudizio appare nel fatto che i ciechi vedono e coloro che ritengono di vedere bene diventano ciechi. Tale situazione paradossale รจ esemplificata dal cieco nato e dai farisei che lo hanno interrogato, insultato, deriso e scomunicato dalla comunitร religiosa giudaica. Il primo รจ diventato veggente non solo con gli occhi del corpo ma anche col cuore pieno di fede, mentre i secondi sono rimasti accecati dal loro orgoglio e sono diventati incapaci di recepire le realtร spirituali e divine. Il vedere รจ virtรน propria di chi crede, per cui il credente รจ abilitato ad accedere alla sfera della luce di Dio, mentre la cecitร รจ il vizio tipico dellโincredulo, che si abbandona al potere malefico delle tenebre.
Io sono venuto in questo mondo per giudicare. Il giudizio non รจ solo frutto della scelta libera e volontaria degli uomini (cf. 3,19), che decidono se credere o no allโInviato di Dio, ma รจ anche conseguenza della volontร e della determinazione divina, in forza della quale lโuomo รจ sollecitato a prendere una posizione favorevole o contraria al progetto salvifico di Dio. Non sono ammesse le posizioni neutrali di fronte alla mano che Dio ha teso agli uomini per strapparli dalla loro โcecitร โ. Lโindifferenza รจ giร , di per sรฉ, un rifiuto e come tale essa viene giudicata da Dio.
Alcuni farisei, che si trovano nei pressi di Gesรน e dellโuomo guarito dalla cecitร , sentono le dure parole di condanna pronunciate dal Maestro e si sentono presi di mira. Poichรฉ lโuso traslato dellโespressione โessere ciecoโ era giร noto dallโantico Testamento (cf. Is 42,16.18 ss; 43,8) ed in seno al giudaismo (Sap 2,21; Filone dโAlessandria) col significato di cecitร spirituale, essi hanno buoni motivi per ritenersi offesi, ma la risposta di Gesรน alla loro domanda (โsiamo forse ciechi anche noi?โ) li imbarazza ancor di piรน.
Il Maestro solleva la questione della colpa ed inchioda i farisei alle loro responsabilitร .
Lโaccecamento รจ nei piani di Dio e si attua con la venuta di Gesรน, ma non va inteso come un decreto divino teso ad abolire la libera decisione degli uomini, che sono โciechiโ per loro colpa. Se i farisei sono ciechi e non riescono a vedere in Gesรน lโinviato di Dio, devono incolpare solo se stessi e la propria presunzione, che li induce a non scrutare con retta intenzione il significato delle Scritture, di cui affermano di conoscere tutto.
In secondo luogo, la risposta di Gesรน mira ad aprire gli occhi dei farisei sulla loro intima costituzione, non tanto rinfacciando loro di essere ciechi ma, con dialettica tipica dei rabbini, accusandoli di avere la โpretesaโ di vedere. Essendo essi esperti di Sacra Scrittura e teologicamente molto ben preparati, dovrebbero capire che Gesรน โviene da Dioโ (9,29-33), ma se non vogliono intender ragioni la causa di tutto ciรฒ risiede nel loro peccato di orgoglio.
In terzo luogo, Gesรน spiega ciรฒ che Egli intende per cecitร : essa รจ unโinteriore chiusura dellโuomo alla rivelazione di Dio ed รจ causata da presunzione e da errata valutazione di sรฉ. La ricerca del proprio onore, che nel caso di questi farisei addirittura prende a pretesto lโonore di Dio (cf. 9,24; 16,2) รจ il vero motivo della loro chiusura alla rivelazione e della loro cecitร (cf. 5,40-44; 8,49; 12,43). Il peccato dei farisei รจ molto ben illustrato dal comportamento che essi hanno tenuto nei confronti del cieco nato: rifiuto della sua testimonianza e odio nei suoi confronti, sfociato nellโespulsione dalla sinagoga, perchรฉ ha confessato e sostenuto la sua fiducia nel โprofetaโ di nome Gesรน. A ciรฒ si aggiunge il rifiuto, immotivato e senza alcuna comprensione, dellโInviato di Dio e questo รจ il peccato per antonomasia nel IV Vangelo (cf. 8,21; 15,22.24; 16,9; 19,11). Dal momento che i farisei non si lasciano distogliere dalla loro presunzione neppure dal grande segno e dalla testimonianza diretta del miracolato, il loro โpeccatoโ rimane grande ed imperdonabile. Gesรน mette a nudo, cosรฌ, lโincoerenza del comportamento umano: quando lโuomo si ripiega su se stesso e si nega allโesigenza di Dio, che pure insinua il dubbio nel suo cuore, sโirrigidisce nel suo atteggiamento quanto piรน duramente si trova a confronto con la richiesta di Dio e non riesce a liberarsi della sua ostinazione egocentrica.
Nel corso dei secoli, la vicenda del cieco nato ha suscitato numerose interpretazioni, due delle quali meritano unโattenzione particolare per la loro originalitร . Per s. Ireneo di Lione il gesto di Gesรน, che quasi modella gli occhi del cieco nato, gli appare come un portare a compimento il gesto di Dio che modella il corpo dโAdamo: โQuando si trovรฒ di fronte il cieco dalla nascita, gli rese la vista non con parole, ma con unโazione e ciรฒ non per caso, ma per mostrare (che fu) la mano di Dio che allโinizio creรฒ lโuomo. Perciรฒ, ai discepoli i quali chiedevano per quale motivo fosse cieco, se per colpa sua o per colpa dei suoi genitori, rispose: ยซNรฉ costui nรฉ i genitori peccarono, ma ciรฒ avvenne perchรฉ si manifestasse lโopera di Dio in luiยป (Gv 9,3). Opera di Dio รจ la formazione dellโuomo, che egli compรฌ con lโazione, come dice la Scrittura: ยซIl Signore prese del fango dalla terra e plasmรฒ lโuomoยป (Gen 2,7). Per questo il Signore (nel caso del cieco nato) sputรฒ per terra, fece un poโ di fango e lo plasmรฒ sugli occhi indicando come avvenne la prima creazione e rivelando, a coloro che sanno intendere, la mano di Dio con la quale fu plasmato lโuomo.
Ciรฒ che il Verbo aveva omesso di fare nel seno della madre, compรฌ poi pubblicamente, perchรฉ in lui fosse manifesta lโopera di Dio e noi non andassimo piรน a cercare altra mano che abbia plasmato lโuomo e altro Padre, poichรฉ ora sappiamo che la stessa mano di Dio che ci plasmรฒ al principio e che ci plasma ancora nel seno della madre, negli ultimi tempi venne a ricercare noi che eravamo perduti e recuperรฒ la pecorella perduta, se la pose sulle spalle e la riportรฒ tutto felice con le altre alla vitaโ.
Con molta intelligenza, s. Ireneo proietta sul testo la luce dellโAntico Testamento, che ha il suo compimento nel Nuovo, poichรฉ il gesto di Gesรน รจ strettamente collegato al gesto creatore primordiale, dal quale รจ scaturito lโuomo. Quanto, poi, al lavaggio nella piscina di Sรฌloe, esso permette al cieco nato di riconoscere Colui che lo ha modellato fin dal seno materno (momento della creazione) e di poter incontrare il Signore che gli ha donato la vista, ossia la fede (momento della salvezza). Per s. Ireneo cโรจ quindi una continuitร teologica e storica tra i due eventi, quello della creazione e quello della salvezza, che fanno parte di un unico progetto provvidenziale ideato da Dio fin dallโeternitร , di cui Cristo Gesรน รจ il fondamento unico ed irripetibile, essendo lโunico vero Mediatore tra Dio Padre e lโuomo.
In modo diverso da s. Ireneo, ma con intuizione altrettanto originale, s. Agostino focalizza la propria attenzione sul segno dellโacqua e sullโinvio del cieco alla piscina di Sรฌloe:
โEra stato spalmato (con quel fango), ma ancora non vedeva. Egli (Cristo) lo mandรฒ alla piscina, denominata Sรฌloe. Lโevangelista stesso ha creduto opportuno spiegare il nome di questa piscina e dice: ยซ Ciรฒ che significa: โInviatoโยป. (Il cieco) lavรฒ dunque i suoi occhi in questa piscina, che significa โInviatoโ, egli fu battezzato in Cristo. (Il Cristo) lโha battezzato in qualche modo in se stessoโฆ Avete udito un grande misteroโฆโ.
Agostino, pertanto, si sofferma su due dati importanti del racconto giovanneo: lโazione di lavarsi ed il nome di Cristo che porta la piscina. Da questi due elementi narrativi assai rilevanti dal punto di vista teologico, egli deduce il significato sacramentale del racconto. Anche se non tutti gli esegeti condividono la lettura sacramentale in chiave battesimale del testo, tuttavia va sottolineato come il dialogo tra Gesรน ed il cieco nato sia stato inserito nella liturgia catecumenale (mercoledรฌ della 3ยช settimana di Quaresima), dove giunge fino alla professione di fede; nelle catacombe, poi, lโepisodio viene raffigurato per esprimere la fede dei cristiani nel valore del battesimo.
Al di lร di ogni valutazione teologica ed esegetica del racconto testรฉ esaminato, rimane una spontanea simpatia per la figura del cieco nato, nel quale puรฒ e deve riconoscersi ogni cristiano seriamente intenzionato a non lasciarsi sfuggire lโoccasione propizia di incontrare Cristo e di farsi illuminare da Lui. Se si legge attentamente la pericope, ci si accorge che lโincontro tra Gesรน ed il cieco nato non รจ stato casuale e che esso รจ avvenuto grazie ad una libera iniziativa di Cristo, che โvedeโ il cieco mentre passa per via. Il cieco โnon vedeโ ancora il Salvatore che gli si sta facendo incontro, ma รจ tuttavia un uomo โin attesaโ di essere salvato, anche se non chiede nemmeno di essere guarito, non avendo la piena consapevolezza del proprio bisogno di โvedereโ e di allargare i confini della propria conoscenza interiore. Ciononostante, costui sa essere pronto e non si fa cogliere alla sprovvista davanti alla novitร di un cambiamento radicale della propria esistenza; in fondo, egli ha percepito lโinadeguatezza del proprio modo di rapportarsi con lโesterno ed ha saputo ascoltare la profonda insoddisfazione scaturita dal proprio intimo piรน profondo. Il cieco โsenteโ il proprio limite e non si abbandona alla disperazione, ma reagisce prontamente allโaiuto inatteso che gli viene da quella โVoceโ. Questa sua disponibilitร ad โascoltareโ, unitamente ad una fiducia โciecaโ in Colui che gli sta parlando, fanno di questโuomo un esempio da imitare a tutto tondo. Il coraggio dimostrato nel sostenere accuse, insulti, minacce e violenze รจ frutto di una accoglienza totale e piena della Parola di Dio divenuta Luce sfolgorante per i suoi occhi oscurati dalle tenebre dellโignoranza e del peccato esistenziale, che lo accomunano a tutti gli uomini che si affacciano alla vita su questa terra tribolata ed inquieta. Tutti gli uomini sono โciechiโ a causa del peccato originale ereditato dai progenitori e sono prigionieri delle tenebre del male, della presunzione e dellโignoranza. Per tutti, perรฒ, arriva il momento di incontrarsi con Colui che, Lui solo, puรฒ donare la โvistaโ a patto di accettare la sua Parola di salvezza. Non sempre sono disposti a lasciarsi guarire, cioรจ salvare, i piรน intelligenti ed i piรน furbi tra gli uomini, forse perchรฉ si fidano troppo della propria intelligenza e furbizia e presumono di potersi salvare da soli senza bisogno di affidarsi ad un Salvatore, che รจ sempre pronto a tendere la mano ma non impone mai dโautoritร il proprio aiuto. Si puรฒ essere come il cieco nato, umile e semplice di cuore ma pronto a collaborare attivamente e con totale fiducioso abbandono con il Signore-che-salva (GESร), oppure come i farisei, arroganti e presuntuosi, prigionieri del proprio arido sapere ed incapaci di un minimo sentimento di gratitudine nei confronti di quel Dio, che credono di servire e di amare solo perchรฉ si attengono scrupolosamente a delle norme, in nome delle quali sono pronti anche ad uccidere chi non la pensa come loro.