TRA IL โGIA'โ E IL โNON ANCORAโ
Il genere apocalittico (da โapo-kalupteinโ = โs-velareโ, togliere il velo del mistero) รจ una rimeditazione sugli annunci profetici riguardanti gli interventi di Dio nella storia, ma soprattutto una rilettura immaginifica della teologia del โGiorno di IHWHโ: esso sarebbe stato il momento del giudizio finale di Dio contro le nazioni infedeli e contro lo stesso Israele peccatore (Is 13,6-13; Sof 1,14; Gl 4,14-20; Zc 14,1; Ml 3,14-19โฆ), ma anche di salvezza dei giusti dopo un periodo di tribolazione e di afflizione, con retribuzione terrena o futura (Dn 9; 11; 12: Prima Lettura).
In un tempo di crisi e di oppressione, si rinnova la speranza in Dio che, tramite il suo Messia, interverrร per sconfiggere gli empi e far trionfare i buoni.
Gesรน utilizza questo genere letterario simbolico parlandoci del โprincipio dei doloriโ (Mc 13,8) (cfr le โdoglie del partoโ: Rm 8,22; Ap 12,2) per esprimere la condizione di sofferenza e di dolore in cui giace ogni uomo a causa della sua creaturalitร e della logica interna di questo mondo, ma da cui Dio trarrร una nuova creazione.
L'โabominio della desolazioneโ (Mc 13,14) si riferisce alla profezia di Daniele (Dn 9,27; 11,31; 12,11), quando Antioco IV Epifane nel 168 a. C. profanรฒ il Tempio mettendo in esso la statua di Zeus Olimpo: tra le varie interpretazioni, pare piรน chiaro il riferimento alla Morte di Gesรน stesso, quando il Figlio stesso di Dio รจ dai Sommi Sacerdoti consegnato ai pagani. Secondo un tipico schema apocalittico (prodigi nel cielo, avvento glorioso del Messia, riunificazione degli eletti), il Vangelo odierno (Mc 13,24-32) descrive il successivo trionfo di Cristo: in Marco, a differenza di Matteo (Mt 24), non cโรจ accenno alla fine del mondo. Quando si parla della fine del sole, della luna, degli astri e delle potenze del cielo (Mc 13,24-25) si allude alla fine di ogni idolatria, perchรฉ gli astri e le forze celesti erano considerate divinitร : esse cesseranno di essere adorate e si assisterร al trionfo del Figlio dellโUomo, cioรจ di Gesรน, come giร annunciato anche nella Seconda Lettura (Eb 10,11.14-18).
โNiente in queste parole, nรจ nella piccola apocalisse giudaica di base, annunzia una cosa diversa dalla crisi messianica imminente e dallโattesa liberazione del popolo eletto, che si รจ compiuta in effetti con la rovina di Gerusalemme, la resurrezione del Cristo e la sua venuta nella Chiesaโ (Bibbia di Gerusalemme). Il riferimento al mistero pasquale di Gesรน รจ evidente: โNon passerร questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenuteโ (13,30). Il Calvario รจ il vero Armaghedon (Ap 16,16), il luogo della sconfitta definitiva delle forze del male: Armaghedon significa infatti โluogo come a Meghiddoโ, la localitร dove un Re giusto e pio muore per la salvezza di tutto il popolo (Giosia, nel 609, combattendo contro il faraone Necao: 2 Re 23,29-30). Eโ nella Morte e Resurrezione di Gesรน che si รจ giร definitivamente compiuta, โuna volta per sempreโ, come ben esplicita le Seconda Lettura (Eb 10,11-14.18), la vittoria di Cristo sul male e sulla morte, il giudizio degli empi e la salvezza dei giusti.
Nellโeternitร di Dio, noi quindi giร partecipiamo del trionfo pasquale di Cristo: per noi, nella fede, รจ realtร giร presente! Ma finchรจ non usciamo dalla nostra realtร spazio-temporale, entrando con la nostra morte anche noi nellโinfinito di Dio, ancora soggiaciamo al male e alla sofferenza. Il discorso apocalittico di Gesรน รจ un grande annuncio di speranza e di liberazione. Il momento dellโincontro con Dio nella nostra vita รจ certo, come lโestate quando fiorisce il fico (13,28-29): ma nessuno lo conosce, se non il Padre (13,32): a noi non resta che vegliare, vivendo il presente con speranza, serenitร ed impegno, lasciando agli altri, nei vari millenarismi, i calcoli, la paura, le previsioni catastrofiche.
Il commento alle letture della domenica a cura di Carlo Miglietta, biblista; il suo sito รจ โBuona Bibbia a tuttiโ.